Presupposti Teorici


I fondamenti pedagogici della Narrazione

Si può considerare la narrazione come un procedimento mentale grazie al quale l’uomo attribuisce senso a se stesso e a ciò che lo circonda riuscendo così a formarsi una rappresentazione della propria esperienza della “realtà”; come afferma Ricoeur (1991, 1999) il racconto è un testo che “mette in forma” l’esperienza e il linguaggio narrativo riesce ad attribuirle una collocazione temporale, un fluire sequenziale nelle forme di passato, presente e futuro. Tutto ciò qualifica la narrazione come veicolo di apprendimento oltre che di emozioni.
Allo stesso tempo, la narrazione è frutto di un’azione, che si realizza attraverso l’uso di un linguaggio tramite il quale comunichiamo con “l’altro”. Con la narrazione, l’uomo può mettere in comune il proprio patrimonio di conoscenze e può attingere a quello della comunità in cui è immerso, e ciò avviene grazie a un processo dinamico che contribuisce a costruire uno spirito unitario nella stessa comunità in cui avviene la condivisione delle esperienze narrate.


La narrazione autobiografica come memoria e strumento di costruzione del Sé
Walter Ong (2014) afferma che narrare non è trasmettere informazioni, cioè trasferire dati ad un ascoltatore, ma è ricordare pezzi della propria esperienza umana;  e, nel mentre i ricordi prendono forma attraverso la narrazione, ecco che si forma la memoria delle esperienze vissute. Richiamare alla memoria la nostra esperienza attraverso la narrazione ci permette dunque di rifletterci sopra, di metabolizzarla, di imparare da essa, di mantenerla viva e di tramandarla.
In questo senso la narrazione autobiografica è una modalità privilegiata per dare significato al nostro e all’altrui agire, per connettere eventi, soprattutto quelli inattesi, favorendo la costruzione di un senso coerente del Sé. Attraverso la narrazione noi presentiamo noi stessi tramite un racconto nel quale la nostra identità, così come la percepiamo, prende forma all’interno di una situazione relazionale. Scrive ad esempio Barbara Poggio (2004): “Le narrazioni (…) sono compagne assidue della nostra esperienza di vita quotidiana, ne scandiscono il tempo e ne ricompongono il senso, alimentano la memoria e tramandano valori e conoscenze. Ma soprattutto esse rappresentano formidabili strumenti per la costruzione identitaria: nel raccontare di noi e degli altri, prendiamo parte a un processo di creazione e mantenimento del nostro e dell’altrui senso del sé”. Allo stesso modo Jedlowski (2000) sostiene che narrare sé stessi può rispondere alla necessità di fare esperienza di sé, predisponendo al ri-conoscimento della propria vita, e può rivelarci cose su noi stessi che ignoravamo; in questo senso, narrare significa ricerca di sé e la narrazione autobiografica, rivolgendosi all’interiore e tentando di disporre i ricordi secondo una trama, diventa esperienza di sé e comprensione della propria vita.


La narrazione autobiografica come strumento per creare comunità
Bruner (1991, 1992) afferma che non si può parlare di psicologia individuale, perché è grazie ai significati elaborati e condivisi collettivamente attraverso la cultura del gruppo di appartenenza che ogni individuo conosce se stesso e gli altri, giudica e attribuisce valore alle situazioni e alle cose.
In questo quadro, si inserisce la narrazione come azione transitiva: chi, utilizzando il linguaggio, narra, narra necessariamente a qualcuno, sia esso reale o fittizio, presente fisicamente o semplicemente immaginato. “Narrare può avere […] motivi e scopi molteplici: in uno dei suoi aspetti essenziali, ha a che fare con la dinamica di riconoscimento che si gioca fra il narratore e il destinatario della narrazione. Una dinamica che rimanda alla relazione sociale che narrando si istaura. […] Nessuna comunicazione si svolge nel vuoto: chi parla parla a qualcuno e di questo qualcuno tien conto: tiene conto dei suoi atteggiamenti, delle cose che sa e che non sa, delle domande che ha formulato o che potrebbe formulare, del giudizio che potrebbe esprimere. Chi ascolta a sua volta, è chiamato a partecipare al dialogo, poiché il parlante aspetta da lui una risposta” (Jedlowski, 2000). Ciò significa che, affinché la narrazione realizzi la sua funzione comunicativa, è necessaria la presenza dell’altro, di un ascoltatore depositario dell’esperienza. Lo stesso fatto può essere narrato utilizzando stili differenti, e ciò dipenderà anche dall’identità del nostro interlocutore.  Nel rapportarci agli altri, dunque, costruiamo le nostre narrazioni e, calibrandone contenuti e stili, disegniamo i contorni della nostra identità e di quella degli altri, posizionandoci e riposizionandoci incessantemente nelle nostre relazioni reciproche.
Narrare diventa così lo strumento per dare luogo a un’interazione sociale basata sui presupposti del pluralismo, del relativismo e della soggettività, che sono alla base della creazione di gruppi e di comunità più vaste, in cui la comunicazione tra le persone è profonda e partecipata grazie al coinvolgimento empatico che stimola i comportamenti di affetto e cura reciproca.


La narrazione autobiografica come proposta pedagogica
In base a queste premesse, la scelta di praticare la narrazione orale autobiografica all’interno delle classi e dei gruppi, i più diversi, non si pone come alternativa alla didattica tradizionale, ma semplicemente vuole affiancarsi ad essa, come luogo e spazio dedicati all’incontro con l’altro, dove sia possibile regalarsi un tempo per tessere relazioni “in presenza”, vere, partecipate, e non differite dal satellite o filtrate da uno schermo (a questo proposito leggasi anche Sherry Turkle “Stop Googling. Let’s Talk”, 2015).  Un luogo, dunque, in grado di ospitare voci diverse, dove nel costituirsi del racconto e nell’interazione con l’altro si plasmano e rafforzano i rapporti sociali e si riconoscono le diverse identità.
La narrazione orale, in ultima analisi, permette di creare uno spazio in cui ognuno di noi, in prima persona, può acquisire maggiore consapevolezza di sé, degli altri e della realtà condivisa e può imparare gradualmente ad assumersi la responsabilità personale e collettiva.

Per approfondire l’utilizzo specifico della narrazione orale autobiografica nel contesto scolastico si veda lo scritto di Franco Lorenzoni (introduzione del volume Così liberi mai, 2005) sui “Nove motivi per dare spazio alla narrazione orale nella scuola”. Leggi >>>

 

 

BIBLIOGRAFIA

  • Bruner Jerome, La costruzione narrativa della “realtà”, in Ammanniti M., Stern D.N. (a cura di), Rappresentazioni e narrazioni, Bari, Laterza, 1991, pp.17-38.
  • Bruner Jerome, La ricerca del significato, Trad.it., Torino, Bollati Boringhieri, 1992.
  • Jedlowski Paolo, Storie comuni. La narrazione nella vita quotidiana, Milano, Bruno Mondadori, 2000, pp. 24-25
  • Ong Walter J., Oralità e scrittura, le tecnologie della parola. Bologna, Il Mulino, 2014.
  • Poggio Barbara, Mi racconti una storia? Il metodo narrativo nelle scienze sociali.  Roma, Carocci, 2004, p. 49
  • Ricoeur Paul, Tempo e racconto, Milano, Jaca Book, 1991, vol. I.; Tempo e racconto, Milano, Jaca Book, 1999, vol. II. La configurazione nel racconto di finzione; Tempo e racconto, Milano, Jaca Book, 1999, vol. III. Il tempo raccontato.
  • Turkle Sherry, Stop Googling. Let’s Talk, The New York Times 2015. http://www.nytimes.com/2015/09/27/opinion/sunday/stop-googling-lets-talk.html?_r=0

 

Per ulteriori approfondimenti:

  • Demetrio Duccio, Ricordare a scuola: Fare didattica autobiografica, Roma-Bari, Laterza, 2003.
  • Demetrio Duccio, Raccontarsi: L’autobiografia come cura di sé, Milano, Cortina, 1996.
  • Eco Umberto, Sei passeggiate nei boschi narrativi, Milano, Bompiani, 2000.
  • Mantegazza Raffaele, Un tempo per narrare. Esperienze di narrazione a scuola e fuori, Bologna, EMI, 1999.
  • Lorenzoni  Franco, Martinelli Marco, Saltatori di muri, Macro edizioni, Cesena, 1998.
  • Lorenzoni Franco, L’ospite bambino, Era Nuova, Perugia, 2002.
  • Lorenzoni  Franco, Goldoni Maria Teresa, Così liberi mai, Era Nuova, Perugia, 2005.
  • Lorenzoni Franco, I bambini pensano grande, Sellerio, Palermo, 2014.

 

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